Innovazione e imprenditoria, luci e ombre

Per ottenere tali risultati sono naturalmente perseguibili strade diverse e diversamente efficaci, ciò che deve però essere tenuto in considerazione è lo scenario all’interno del quale si prendono le decisioni politiche.

Lo scenario attuale è quello di un forte e sostanziale cambiamento degli equilibri economici e industriali che impone, senza timor di smentita, di puntare in una sola e precisa direzione: l’innovazione. Per fare in modo che l’idea di innovazione si traduca in valore, quindi in ricchezza, crescita economica e posti di lavoro, bisogna sostenere lo sviluppo di attività imprenditoriali, quindi di aziende, capaci di trasformare l’idea iniziale in invenzione prima e innovazione poi. Capaci di tradurre una buona idea in un altrettanto buono business plan e di metterlo in atto.

È sulle start up innovative che bisogna scommettere e per farlo è necessario creare le condizioni affinché nascano e si sviluppino. Bisogna per esempio dedicare un certo numero di risorse a sostegno dei giovani imprenditori piuttosto che alla salvaguardia di realtà industriali che hanno perso contatto con l’evoluzione del mercato e hanno rinunciato a innovare. Bisogna concentrare le risorse in quei territori e in quei settori che promettono di svilupparsi con maggiore efficacia evitando di distribuire le risorse a pioggia.

In tale scenario deve agire l’intervento pubblico, magari collaborando anche con azioni di carattere privato che sviluppando nuovi modelli di business supportano le start up e generando a loro volta valore. Recentemente l’Economist ha pubblicato un articolo dal titolo ‘Fish out of water’, nel quale racconta casi, più o meno di successo, di politiche pubbliche a sostegno dell’innovazione e dell’imprenditoria che sono state realizzate in diversi Paesi del mondo.

Si cita per esempio come la Silicon Valley, caso indubbiamente di successo, è nata perché il ministero della difesa Usa decise di utilizzare quella zona della California per stabilire centri di ricerca a supporto delle attività del Pentagono, solo dopo, e grazie alla lungimirante azione di imprenditori e innovatori, è diventata ciò che è oggi: il luogo principe al mondo per chi intende dare vita a una start up innovativa potendo accedere, soprattutto attraverso efficaci occasioni di networking, a risorse sia finanziarie in capitale di rischio sia industriali rappresentate dalle aziende che si sono sviluppate e sono cresciute fino a diventare colossi come Google, Apple, Oracle. Un altro esempio positivo citato dall’Economist è il Fondo Yozma partito in Israele nel 1990 che ha agito come scintilla per accendere il meccanismo che ha portato oggi il Paese a essere una fucina di start up innovative.

Meno felici, sempre secondo l’Economist, le azioni condotte da altri governi come accaduto in Malesia dove l’ambizioso progetto BioValley nato nel 2005 con un investimento di 150 milioni di dollari è oggi ribattezzato ‘la valle dei biofantasmi’, simile destino per l’Entrepreneurial hub di Dubai, per il progetto Bits, Building on information technology strenghts, del governo australiano, e per il fondo di investimento dell’Unione europea da circa 2 miliardi di euro che avrebbe dovuto dare sostegno allo svilupparsi del venture capital nel Vecchio continente.

La riflessione dell’Economist continua analizzando alcuni degli errori che sono stati fatti, per esempio scegliere di investire in un territorio dove le imprese non vanno a insediarsi a causa di motivi geografici e infrastrutturali, investire in settori che non sono legati alle specificità competitive dell’economia del Paese, limitare l’ingresso di investitori stranieri, spendere i soldi pubblici travestendoli da venture capital senza averne le competenze invece di creare sinergie con venture capital privati ai quali affidare anche la gestione di fondi pubblici che così producono ricchezza anche per le amministrazioni pubbliche.

L’articolo cita il libro dal titolo ‘Boulevard of broken dreams: why public efforts to boost entrepreneurship and venture capital have failed – and what to do about it’ (Il viale dei sogni infranti: perché gli sforzi pubblici per sostenere impresa e venture capital sono falliti – e cosa fare per migliorare la situazione) scritto da Josh Lerner, professore della Harvard business school, che analizza con puntualità tutte le ragioni dei fallimenti e propone possibili strategie efficaci. Un libro che gli amministratori pubblici che si occupano di politiche a sostegno dell’innovazione, dell’imprenditorialità e del rilancio economico, dovrebbero leggere.

In Italia ci sono iniziative di stampo pubblico che si dimostrano efficaci, sono ancora poche e frammentate, ma sono un promettente inizio. Non bisogna pensare di ricreare la Silicon Valley ma individuare specificità potenzialmente competitive e puntare su quelle, bisogna dirottare le risorse, poche o tante.

Disponibili per sostenere le imprese innovative e non prolungare l’agonia di settori ormai giunti a fine corsa e improduttivi, bisogna applicare strategie sinergiche ottimizzando competenze e possibilità di investimento, bisogna ragionare in un’ottica internazionale favorendo gli investimenti stranieri e, soprattutto bisogna alimentare le idee e l’imprenditorialità puntando sulla formazione, sul dialogo tra ricerca e impresa, sulla defiscalizzazione dell’innovazione che si fa business e creare terreno fertile per i giovani che desiderano fare gli imprenditori aiutandoli a dialogare con il mondo finanziario e industriale, a prendere rischi e anche a fallire e ricominciare.

 

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